Metamorfosi empatica

Ero immersa nel bosco, tra gli arbusti elevati, il primo, unico silenzio piacevole, voluto, di cui non avevo timore.
Solo un singolare panismo, lungi dal corpo.
La mia anima congiunta alla natura, la sensazione di volerla sposare, di unirmi a lei indissolubilmente.
Affiorava il pensiero di diventare eremita.
Come in una favola, scorsi la leggiadra fata che si libra, pattina e corre sulla neve candida, pura, silenziosa, ma viva.
Una ninfa che non sente freddo, immortale, che sorride, ride, spensierata come la gioia dell’infanzia. Gioca tra i curiosi percorsi che la natura le offre.
Scoprivo ogni singolo angolo del bosco, sembrava tutto addormentato, ma vivo. La vita, sotto il soffice manto di neve, feconda. Era uno spirito, un respiro.
Il sonno cullato e reso intensamente carico di pura energia dal suono dell’acqua corrente. L’acqua, tante piccole fatine di cristallo che corrono, fanno nascere il torrente, poi le onde.
Le fatine si rincorrono sopra il magico specchio d’acqua, sciano e scivolano giocando tra spruzzi di lacrime gioiose.
L’acqua ritempra e la sua dolce voce purifica la mia anima e mi sussurra che tutto è vivo, che io vivo e mi posso amalgamare alla natura.
Avevo bisogno solo della natura. Non volevo un amante, un umano compagno, lei sapeva darmi conforto, fiducia.
Sarei potuta restare là, da sola, senza paura, certa che avrei ritrovato la strada.

La natura, l’ho sentita amica, mi sorrideva. Vedevo tra le foglie, gli aghi, i rami e tra le rocce sorrisi.
Gli alberi mi parlavano, mi hanno parlato. Li ho sentiti, li ho visti. Ho conosciuto i loro occhi, la loro bocca, il loro sorriso. Mi parlavano. Erano contenti, gentili, affettuosi.
Volevo bene agli alberi.
Alcuni di loro erano saggi, anziani nonni che avevano tante cose da raccontare.
Mi parlavano, mi guardavano.
All’improvviso ho sentito un impulso, una scossa, la gioia. Avevo voglia di piangere di felicità, di incredulità, d’amore. Una lacrima stava per sgorgare. Ho sentito lo scatenarsi di una scarica nei meandri della mia anima.
Poi ho visto un albero caduto. Non era morto. Ancora ancorato con le radici al terreno. Era malato, triste, dormiente. Stava morendo.
Ho provato tanta tristezza. L’albero mi chiedeva conforto. Non sapevo più cosa fare.
Una bianca coperta lo ricopriva lentamente.
La gioia e l’euforia che fino a quell’istante bruciava si è raffreddata, tramutandosi in malinconia e pena.
Volevo aiutare quell’albero spoglio, caduto. I suoi fratelli mi dicevano esser addolorati, abbattuti per lui. Le forti, ma non abbastanza, radici del fratello tentavano invano di rialzarlo, riabbracciarlo.

Il mio corpo non era là. Stavo bene. Non sentivo caldo, né freddo, né fame, né sete e non sentivo dolore, dolore fisico del mio corpo terreno.
Mi sentivo elevata, quasi ascetica. Vivo era solo il mio spirito che mi diffondeva tepore.
Gli alberi erano contenti che passeggiavo con loro. Ora mi pensano, sono felici di avermi incontrato.
Non sentivo il bisogno di nulla, avrei potuto vivere là per sempre, senza materia, solo con la natura.
Non sono mai stata così giuliva, congiunta alla natura. Lei è il Dio di cui tutti parlano. Lei vive, come un uomo, ma la sua esperienza è più segreta, profonda, satura e infinita di mistero.
Anche la neve aveva un cuore pulsante.
Sentivo energia positiva tra le fibre di tutti i corpi, in tutte le fibre.
Vedevo dentro di me solo colori come giallo, rosso, azzurro, verde, bianco. Il bianco è il simbolo della pura energia, come la luce, è la luce, è la nostra luce.
Le montagne avevano il sapore dell’infinito, della grandezza, del mistero. Le nuvole che le coprivano nascondevano l’arcobaleno, quello che,folgorante, si espandeva dentro di me.

– Elena –